Cos’hanno in comune le questioni: “allevamenti intensivi e impatto ambientale”?

Noi! Gli esseri umani.

Noi, persone.

Con la nostra necessità di soddisfare bisogni “naturali”. Necessità che troppo spesso supera (essa stessa) i bisogni reali.

Esempio: l’esigenza di nutrirci può farci riempire abbastanza abbondantemente il carrello facendo la spesa. Anche se ciò di cui avevamo bisogno entrando nel negozio era un semplice pasto.

E a proposito di spesa…

…c’è un fatto che sempre più report ribadiscono ultimamente. La lotta ai cambiamenti climatici passa anche dalla nostra alimentazione.

Da consuetudini e comportamenti quotidiani (possibilmente) in equilibrio con “l’ecosistema terra” che ci circonda.

Dunque, oltre ad implementare le energie rinnovabili. Al passaggio da economia lineare a circolare…ci prepariamo ad un’altra transizione.

Ancora una volta facendo riferimento alle sane abitudini dei nostri nonni.

Questa volta: per un’alimentazione sostenibile!

Come abbiamo spesso raccontato nei nostri articoli, non riusciamo -sempre- a misurare lo spessore della nostra impronta ecologica.

(Nonostante esistano strumenti ideati ad hoc per farlo.)

Allora, riguardo agli allevamenti e al loro impatto ambientale, c’è da dire una prima cosa essenziale.

È vero che i bovini, tra gli animali che alleviamo, sono quelli che hanno un impatto maggiore sull’ambiente.

Ma il nemico della nostra lotta non dovrebbe avere le sembianze di una mucca.

Purtroppo, gli allevamenti e l’intensità della produzione (anche vegetale) stanno condannando il pianeta Terra.

E le associazioni ambientaliste sembrano evitare la questione.

Su questo discorso, si basa per esempio il film Cowspiracy. Gioco di parole tra cow (mucca) e conspiracy (cospirazione).

Un documentario dedicato al reale impatto ambientale degli allevamenti.

Il film è stato prodotto da Leonardo DiCaprio.

Racconta il drammatico impatto della produzione di carne sul pianeta. Oltre a soffermarsi sulle omissioni delle associazioni ambientaliste.

Allevamenti intensivi e impatto ambientale: l’impronta italiana.

Allevamenti intensivi e impatto ambientale, oggi, sono questioni a dir poco “in connessione” tra loro.

Parliamo del settore che utilizza talmente tante risorse naturali da essere riconosciuto come:

“il maggior responsabile della crisi ecologica che stiamo affrontando.”

… quello alimentare!

In primis, la filiera della carne.

Di cui gli allevamenti intensivi sono responsabili del 14,5% delle emissioni totali di gas serra.

Utilizzando:

  • circa il 20% delle terre emerse come pascolo;
  • il 40% dei terreni coltivati per la produzione di mangimi.

Gli animali commerciati o allevati in modo non sostenibile sono, inoltre, pericolose fonti di malattie zoonotiche.

“Gravi minacce per il Pianeta e per la nostra stessa specie”.

Ad affermarlo è il Wwf nel report “Dalle pandemie alla perdita di biodiversità. Dove ci sta portando il consumo di carne.”

Lo studio è stato reso noto nel 2021, in vista del Pre-Summit delle Nazioni Unite sui Sistemi Alimentari.

Il Wwf rileva, attraverso la ricerca scientifica, che:

 “il 75% delle malattie emergenti è di origine zoonotica”.

Che queste siano o non siano novità (dipende da quanto siamo informati e da quanto tempo cerchiamo di capirci qualcosa) la situazione non è affatto piacevole.

E pur sapendo che gli allevamenti intensivi non sono sostenibili, solo nel 2020 uno studio ha cercato di stimare l’impatto degli allevamenti intensivi italiani. 

Condotto da un team di ricerca dell’Università degli Studi della Tuscia insieme a Greenpeace Italia.

Perché?

Beh, proprio perché è risaputo che gli allevamenti comportano un enorme consumo di risorse naturali (come suolo e acqua) e contribuiscono in gran parte alle emissioni nocive per l’ambiente.

Non avevamo mai misurato quest’impronta!?

Adesso qualcuno l’ha fatto.

Ne è emerso un quadro che evidenzia come il sistema agricolo e zootecnico stiano consumando una volta e mezza le risorse naturali dei terreni agricoli italiani.

Allevamenti intensivi, impatto ambientale e consumo della carne

Non pretendiamo affatto di risolvere “un’inchiesta” su allevamenti intensivi e impatto ambientale nel breve spazio di un articolo.

Ma certamente il riferimento a dossier e ricerche, strutturati da professionisti, può essere il primo passo per “iniziare” a riflettere sulla questione.

Ebbene, ragionare su queste tematiche significa anche cominciare a porsi qualche domanda sul consumo di carne.

Sappiamo che tra una bistecca di manzo e una di tofu c’è una differenza abissale.

In termini di emissioni di gas serra, consumo di suolo e di acqua.

Se non ci piacesse il tofu, potremmo sempre scegliere qualche alternativa sostenibile

Per chi si stesse chiedendo il motivo, la risposta è semplice.

Ad oggi, la produzione di carne bovina, emette il 90% di gas serra in più rispetto ai sostituti vegetali.

Perciò, già vent’anni fa iniziavano a nascere le campagne del “lunedì senza carne”.

Allo scopo di invitare le persone ad impegnarsi per un giorno (almeno) a consumare solo pasti vegetariani.

Per migliorare la propria salute e ridurre il proprio impatto sull’ambiente.

Qual è la differenza d’impatto ambientale tra allevamenti intensivi ed estensivi?

I “lunedì senza carne” vengono considerati un inizio modesto nella direzione di un’alimentazione sana, sostenibile ed etica.

Essendo una scelta necessaria, oggi più che mai, anche Slow Food si è attivata. Da anni!

Per esempio, con la campagna Meat the Change. Realizzata con il contributo di quello che era il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare.

La convinzione da cui prendono il via tante iniziative è sempre la stessa. Ridurre il consumo di carne è un’azione che fa bene alla salute e all’ambiente.

Che tipo di danni fanno gli allevamenti intensivi?

Guardiamo un po’ di dati (specifici) offerti dal Wwf per quel che riguarda il consumo di carne. Potremo meglio comprendere come affrontare la questione “allevamenti intensivi e impatto ambientale”.

In termini di consumo d’acqua, risorsa sempre più preziosa e rara: ogni chilo di manzo richiede oltre 15mila litri d’acqua.

Ogni bicchiere di latte vaccino ne consuma 120.

Mentre, per produrne uno di soia o di avena ne bastano meno di 10!

“La quantità di carne prodotta è oggi quasi cinque volte maggiore di quella dei primi anni ’60”

Siamo sicuri di aver bisogno di mangiare tutta questa carne?

In media, nel mondo moderno, si consumano 34,5 chilogrammmi di carne a testa all’anno.

Ma con grandi differenze tra i Paesi.

In Italia il consumo medio è di quasi 80 kg a testa. 60 anni fa erano appena 21 kg.

È sempre il Wwf a rilevarlo.  

Perciò l’associazione ambientalista, oggi, chiede che si “eliminino gli allevamenti intensivi industriali”.

Che l’Ue e l’Italia non diano loro più sussidi. E sostengano invece “aziende agricole che producono con metodi biologici e estensivi”.

Negli ultimi 50 anni, l’incremento del consumo di carne a livello globale, ha creato condizioni di emergenza!

  • Il 70% della biomassa di uccelli è composto da pollame destinato all’alimentazione umana;
  • solo il 30% sono uccelli selvatici;
  • ogni anno vengono macellati 50 miliardi di polli. Circa il 70% allevati in maniera intensiva;
  • il 60% dei mammiferi sul Pianeta è costituito da bovini e suini da allevamento;
  • 36% da umani;
  • il 4% da mammiferi selvatici.

Isabella Pratesi (Direttore Conservazione di Wwf Italia) ribadisce un messaggio ormai chiaro.

Se vogliamo dare un futuro al Pianeta non basta -pensare- ad abbattere le emissioni di CO2:

“dobbiamo ridurre le emissioni del sistema food che sono deforestazione, perdita di biodiversità, inquinamento e distruzione di ecosistemi”

Impatto ambientale di allevamenti intensivi ed estensivi: inutile negare

Quando andiamo ad informarci sulla situazione di allevamenti intensivi e impatto ambientale dovremmo tenere a mente ancora una cosa.

Diversi tipi di allevamento possono impattare diversamente sull’ambiente.

Ma che sia intensivo o estensivo, l’allevamento industriale ha comunque conseguenze negative sull’ambiente.

In Italia, ad esempio, la maggior parte di questi animali è rinchiusa in stabilimenti.

I bovini consumano mangimi provenienti da seminativi: irrigati, fertilizzati e irrorati con pesticidi.

Ancora una volta scopriamo che consumano (anche se indirettamente) un’enorme quantità di acqua!

Gli allevamenti estensivi hanno un impatto minore sulle acque cosiddette “blu”.

Perché dipendono soprattutto dalle precipitazioni (definite acque “verdi”).

Ma hanno comunque un’impronta ecologica altissima.

Arcinoto è l’esempio dell’Amazzonia.

La creazione di nuovi pascoli è una delle cause principali della deforestazione in quest’area.

I bovini allevati nella foresta amazzonica brucano su circa il 63% di tutte le terre deforestate.

Gli enormi incendi appiccati per fare posto agli allevamenti estensivi o alle colture di soia (per allevamenti di polli e maiali) producono quantità enormi di gas serra.

Non solo!

Provocano la morte delle specie che vivono nella foresta.

Distruggono l’habitat di quelli che sopravvivono.

L’impatto ambientale degli allevamenti intensivi (..e non solo) riguarda il benessere di tutti.

Secondo uno studio pubblicato su Nature: i prati e le praterie “vergini” hanno la capacità di stoccare gas serra, tanto quanto quelli utilizzati per il pascolo degli animali sono fonti di emissioni!

Favorendo il riscaldamento globale.

Violazione dei diritti umani

L’impatto ambientale degli allevamenti intensivi (o estensivi) non riguarda solo la natura che ci circonda. Ad essere investita è anche la sfera “sociale” …

Una ricerca ha misurato i costi della produzione alimentare su salute, ambiente e lavoro.

Il conto è almeno triplo rispetto a quello che paghiamo alla cassa!

Dunque, il problema parte dagli allevamenti intensivi. Ma l’impatto ambientale, poi, è la conseguenza di quella che si potrebbe chiamare una “alimentazione intensiva”.

Il messaggio e i dati che porta Mariella Bussolati su la Repubblica, sono evidenti.

“Va invertita la rotta per rendere il sistema alimentare capace di fornire salute all’uomo e al Pianeta.”

Prima abbiamo accennato agli effetti della deforestazione legata alla produzione di carne.

Si tratta, infatti, di un sentiero che va per tappe:

  1. dal sistema alimentare;
  2. agli allevamenti intensivi/estensivi e loro impatto ambientale;
  3. alle riflessioni sul consumo di carne;

…ad un certo punto si sconfina nella violazione dei diritti dell’uomo!

In Paraguay, ad esempio, le foreste in cui vivono gli ultimi gruppi di Indiani (incontattati) del paese vengono abbattute per creare allevamenti di bestiame. Che servono i mercati: europeo, africano, russo e nordamericano.

E questa è solo una tra le innumerevoli conseguenze…della nostra “alimentazione intensiva”.

Inquinamento zootecnico: sintesi

Non dovremmo mai sottovalutare che l’impatto ambientale degli allevamenti intensivi è stato indagato da numerosi studi e inchieste.

In primis dalla Fao.

Gli allevamenti impattano fortemente sugli ecosistemi a livello di:

  • emissioni di gas climalteranti;
  • inquinamento da reflui zootecnici;
  • inquinamento causato dai mangimi a base di cereali e soia provenienti da monocolture;
  • deforestazione;
  • impoverimento dei suoli.

Non ci sono parole, poi, per descrivere le condizioni in cui vivono gli animali.

Spesso impossibilitati a muoversi, vengono anche sottoposti a dosi massicce di antibiotici.

Uno dei risultati? La produzione di carne di scarsa qualità che interagisce negativamente con la salute dei cittadini.

Dal maltrattamento degli animali, alle pessime condizioni igieniche in cui molti stabilimenti versano, il passo è breve.

Dunque, esistono ulteriori rischi di inquinamento dell’ambiente circostante da parte di questo tipo di impianti.

I fattori di pericolosità sono stati più volte messi in luce da Animal Equality.

Per esempio, in un’indagine (di cui preferireste non guardare le immagini) andata in onda grazie a “Carta Bianca” qualche mese fa.

Viene mostrato un impianto che si trova a poche centinaia di metri dall’argine di un fiume.

Nella zona esterna all’azienda, tra i capanni e le fasce di contenimento dei liquami, Animal Equality ha individuato la presenza di un pericoloso sversamento di liquami.

Esattamente in prossimità dell’argine del fiume. Il rischio, qui, è il danneggiamento delle falde acquifere della zona.

Mettere a nudo la sofferenza (indicibile) degli animali allevati, spesso significa parlare di un’elevata pericolosità a livello igienico e sanitario.

Nei confronti di animali, operatori degli impianti e cittadini.

Allevamenti intensivi e impatto ambientale: le azioni dei cittadini cambiano il mondo

Il consiglio regionale della Campania ha messo al bando gabbie e recinti affollati per gli animali “da reddito”. Un piccolo ma fondamentale cambiamento, per allevamenti intensivi e impatto ambientale.

La Campania si allinea alla decisione dell’Emilia-Romagna. Risalente al maggio 2021.

Agli animali viene garantita una vita diversa e un maggior rispetto per la loro salute.

Aumentano il loro benessere, aumenta anche quello umano e dell’ecosistema.

Il provvedimento è in linea con l’iniziativa “End the cage age”. Che ha visto la consegna alla commissione europea di 1,4 milioni di firme raccolte in tutta Europa.

La petizione popolare “Stop all’era delle gabbie” ha avuto successo al punto che si è accettato di presentare una proposta legislativa entro la fine del 2023.

Per eliminare progressivamente l’uso di gabbie per: galline, suini materni, vitelli, conigli, anatre, oche e altri animali.

Un progetto ambizioso che entro il 2027 dovrà coinvolgere man mano tutte le specie che vivono in allevamento.