L’economia sostenibile è quel modello di sviluppo e crescita che prevede l’uso consapevole e misurato delle risorse naturali allo scopo di preservare il pianeta e, dunque, il nostro habitat naturale per noi e per le generazioni future.

Non è al puro aumento del “consumo” che corrisponde il progresso o il miglioramento nella qualità della vita.

Di questo ci eravamo illusi, soprattutto a partire dai primi anni ’90 con il trionfo del capitalismo a livello globale. Tuttavia, ormai, si è capito che l’indirizzo debba necessariamente essere diverso:

Da una parte ci sono le istituzioni. Esse stanno comprendendo sempre più la necessità di sostenere uno sviluppo che non sia solo economico e consumistico, ma che abbia anche una forte dimensione umana.

Dall’altra ci siamo noi: il nostro ruolo per favorire e coadiuvare uno sviluppo sostenibile nella quotidianità non è secondario.

Alla base di un’economia sostenibile, infatti, ci sono: cooperazione, reciprocità e valorizzazione delle diversità. Oltre alla tutela dell’ambiente.

Economia sostenibile, è un concetto che guarda al futuro.

Un concetto strettamente correlato a quello di economia circolare e di sviluppo sostenibile. Sembrano giochi di parole, non lo sono affatto.

E’ ormai chiaro che gli attuali modelli di produzione e consumo sono tra le principali cause del continuo deterioramento dell’ambiente.

Se ormai l’economia sostenibile è argomento sulla bocca di tutti, i quesiti in ballo sono ancora tanti:

  • Di cosa si tratta esattamente?
  • L’economia sostenibile può creare posti di lavoro?
  • Come funziona l’economia circolare?
  • Tutto ciò serve a ridurre la soglia di povertà?
  • Le aziende andrebbero in bancarotta una volta applicate le politiche sostenibili?

Una volta riconosciuta l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, si è fatto solo il primo passo per ammettere l’esistenza di un problema…

A livello governativo, aziendale e individuale, la sostenibilità serve (non solo idealmente) gli interessi di tutti. È ora di andare più a fondo nella questione.

Economia sostenibile: cos’è? Quando è nata?

Come siamo arrivati all’idea che un’economia sostenibile fosse ciò di cui avevamo bisogno?

Molte persone e le stesse istituzioni internazionali hanno compreso ormai, dati alla mano, che la moderazione e la regolamentazione delle risorse sono necessarie per un’economia sana.

Se l’economia fosse un albero, l’economia sostenibile sarebbe una ramificazione degli studi nell’Economia dello Sviluppo. La disciplina è incentrata, come dicevamo, sul concetto di sviluppo sostenibile.

Tale modello di sviluppo prevede una base solida nella riorganizzazione culturale, scientifica e politica della vita.

Il mondo, in tutta la sua varietà, è considerato patrimonio dell’umanità. Potremmo addirittura parlare di una “economia patrimoniale”.

Sviluppo sostenibile nel mondo

Nella seconda metà del XX secolo il modello di sviluppo tradizionale entra in crisi.

Lo sfruttamento smodato delle risorse naturali causa il rapido impoverimento delle “riserve”.

Cominciano a divenire espliciti i problemi pratici legati alla scarsità delle risorse e quelli ambientali su scala globale, come l’effetto serra o il buco dell’ozono.

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Effetto serra reso visibile.

Durante gli anni ’70 e ’80 in diversi studi accademici i ricercatori sottolineano la necessità di dover prendere coscienza del fatto che lo sviluppo economico non può essere infinito.

Nel corso degli anni, a livello internazionale, sono stati stilati documenti e norme che agevolano il passaggio ad un’economia sostenibile. Economia lineare e circolare hanno preso le distanze, soprattutto per la volontà di applicare i principi di solidarietà e cooperazione alla base di uno sviluppo sostenibile.

L’idea di questo tipo di economia venne introdotto per la prima volta nel 1987, con il Rapporto Brundtland dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo.

Il concetto venne ripreso successivamente nella Conferenza mondiale sull’ambiente e lo sviluppo dell’Onu.

Nel 1991 un altro apporto è arrivato da Herman Daly, docente universitario tra i maggiori economisti ecologici, che ha contribuito a stilare una guida di riferimento per la politica dello sviluppo sostenibile. Insieme al Dipartimento Ambientale della Banca Mondiale.

Queste furono le condizioni da lui espresse:

  • l’utilizzazione delle risorse rinnovabili non deve essere superiore alla loro capacità di rigenerazione
  • l’immissione di sostanze inquinanti e di scorie nell’ambiente non deve superare la capacità di carico dell’ambiente stesso
  • la quantità di risorse non rinnovabili deve restare costante nel tempo

Il momento di svolta reale, però, è arrivato il 25 settembre 2015. Quel giorno le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile, insieme ai 17 Obiettivi, da raggiungere entro il 2030

Economia sostenibile: Italia

Lo sviluppo sostenibile (l’economia che ne deriva) in Italia è disciplinato dal Dlgs n. 152 del 03/04/2006 e relative modifiche apportate dal Dlgs n. 4 del 16/01/2008.

Lasciamo che sia il decreto a parlare:

“Ogni attività umana giuridicamente rilevante deve conformarsi al principio dello sviluppo sostenibile, al fine di garantire che il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali non possa compromettere la qualità della vita e le possibilità delle generazioni future”

È proprio grazie alla nostra legge, quindi, che la risoluzione di questioni implicanti aspetti ambientali deve essere sempre cercata in modo da garantire lo sviluppo sostenibile.

Tenendo conto in primis della salvaguardia e del corretto funzionamento, nonché tutelando l’evoluzione, degli ecosistemi naturali.

Le modificazioni negative, a breve e a lungo termine, che possiamo produrre sugli ecosistemi a causa delle nostre “attività umane” sono riconosciute anche dalla legge.

Per questo nasce il codice ambientale. Una speciale normativa italiana, che supporta ed obbliga le scelte utili per l’economia sostenibile. Mediante leggi ed anche incentivi.

Esiste anche un’economia aziendale sostenibile.

Sviluppata attraverso investimenti pubblici e privati, con lo scopo di ottimizzare ogni tipo di produzione e di sviluppare il PIL. Non solo in Italia, ma in tutte le nazioni del mondo.

Pil della felicità

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Perché questo tipo di economia viene definita sostenibile? In sintesi: perché la crescita del sistema economico si “autosostiene” nel tempo.

Non conduce a una situazione di crisi futura.

Questo modello si basa sulla crescita duratura degli indicatori economici. Quindi genera reddito e lavoro e sostiene le popolazioni di tutte le zone del pianeta, valorizzando le specifiche risorse territoriali di ogni nazione.  

“Se la ricchezza non fa la felicità, figuriamoci la povertà”

Uno dei paradossi più eclatanti tra quelli offerti da Woody Allen, considerato importante anche dagli economisti degli ultimi decenni.

Confrontando il Pil pro-capite nei diversi Paesi, è stato notato che quelli con un valore maggiore presentano una più alta percentuale di cittadini che si definiscono “abbastanza” o “molto felici”.

A piccoli incrementi nel reddito corrisponde un incremento nella quota di coloro che sono “felici”?

Se il reddito dovesse andare “oltre” (sono stati calcolati 15mila dollari annui) a parità di costo della vita il rapporto positivo tra Pil e felicità, svanirebbe.

Anzi, pare addirittura che oltre la soglia dei 30mila dollari, poi, si determini la “riduzione” della felicità.

Più reddito non è più felicità

Negli anni ’70 dello scorso secolo, l’economista Richard Easterlin ha evidenziato questa regolarità empirica, diventata famosa sotto il nome di “paradosso di Easterlin”.

L’economista ha stimolato la nascita di un ambito di indagine molto concreto, che si occupa di studiare le determinanti del benessere integrale nelle popolazioni.

L’economia della felicità ha avuto ed ha il merito di elaborare migliori strumenti di misurazione e nuove forme di valutazione del benessere.

Lo studio “economico” riferito a certe caratteristiche delle persone ci dimostra che: le loro aspirazioni, opportunità, libertà, fattori genetici, qualità delle relazioni, influenzano il reddito e il senso di soddisfazione che ognuno sperimenta vivendo la propria vita.

In Italia, l’Istat affianca alla rilevazione del Pil, quella del Bes: benessere equo e sostenibile.

Economia sostenibile e circolare

Il valore del Bes. Come abbiamo detto prima è esattamente una misura che integra: crescita economica basata sulla ricchezza e indicazioni provenienti dagli altri domini presenti nella vita.

L’economia sostenibile è perfetta in questo senso. Non è “solo” una questione di carattere ambientale, assume una connotazione più ampia da ricercarsi nello sviluppo della società stessa.

Avete mai sentito parlare della “regola delle 3 E”?

  1. Ecologia. Preservare l’ambiente con un uso responsabile delle risorse e con un corretto smaltimento dei rifiuti
  2. Economia. Un’economia in grado di valorizzare le specificità del territorio nel rispetto di chi lavora
  3. Equità. Tutti, quindi anche le generazioni future, hanno lo stesso diritto di poter usufruire delle risorse del pianeta

Uno schema, ormai divenuto tradizionale. Da poter tenere sempre a mente, in merito all’auspicato equilibrio da raggiungere.

Qualcuno li chiama anche “pilastri” dell’economia sostenibile.

Il pilastro ambientale, in precedenza era conosciuto come il motivo principale della sostenibilità. Tutt’ora gioca un ruolo essenziale, tanto da essere stato integrato nelle politiche aziendali.

Quello economico riguarda fondamentalmente il potenziale e l’innovazione con cui combinare pratiche sostenibili, tecnologia e strumenti.

Il pilastro sociale, invece, concentra le sue energie sulla salute, il benessere e l’educazione delle persone. Sulla qualità della vita come una delle principali priorità.

Nel 2001, l’UNESCO amplia il concetto:

“…la diversità culturale è necessaria per l’umanità quanto la biodiversità per la natura (…) la diversità culturale è una delle radici dello sviluppo inteso non solo come crescita economica, ma anche come un mezzo per condurre una esistenza più soddisfacente sul piano intellettuale, emozionale, morale e spirituale”

Facciamo riferimento, qui, agli articoli 1 e 3 della “Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale”.

La diversità, a livello culturale, rappresenta il quarto pilastro dello sviluppo sostenibile.

Piccoli gesti per uno sviluppo sostenibile nel pratico

Le 3E (o i pilastri) sono interconnessi. Quali iniziative quotidiane di sostenibilità potremmo attuare, tenendo conto anche del concetto di economia circolare? Cosa potresti fare TU? Ecco alcuni esempi

Piantare alberi, frutteti e piccoli orti intorno alla casa e negli spazi disponibili.

Questo può ridurre l’inquinamento di zone “agricole intensive” o i costi di trattamento dell’acqua.

Porterebbe a spendere meno soldi e a consumare meno combustibili per il trasporto da diversi Paesi.

Sarebbe utile anche a migliorare la salute fisica e mentale e quindi a risparmiare i costi della sanità pubblica.

Piantare alberi, specialmente nelle vicinanze delle abitazioni, diminuisce la temperatura delle case in estate e porta a un minore uso del condizionatore d’aria. Potenzialmente aumenta il valore della casa e riduce l’anidride carbonica.

I bambini giocheranno in un paesaggio più vario e sano, l’aria sarà più pulita e potremmo in questo modo fornire habitat per piccoli roditori, uccelli e insetti.

Sui rifiuti, cosa possiamo fare?

La sostenibilità, in fondo, riguarda e interessa aspetti specifici della nostra società:

  • un responsabile utilizzo delle risorse energetiche
  • la riduzione dell’uso di sostanze nocive
  • il riciclo con la conseguente riduzione della quantità di rifiuti

Guardiamo al dato per cui la maggior parte dei rifiuti prodotti ogni giorno è costituita da imballaggi. La comunità europea si è prefissata come obiettivo quello di evitare la dispersione nell’ambiente di questi materiali, sfruttando anche gli esempi di economia circolare, di innumerevoli progetti innovativi.

Sempre nell’ottica della circolarità, in Italia ci muoviamo in direzione delle 4 direttive europee sui rifiuti costituenti il “Pacchetto economia circolare“.

L’Italia ha recepito il pacchetto, in vigore dal settembre dello scorso anno, riscrivendo le disposizioni nazionali in materia di rifiuti, imballaggi, discariche, veicoli fuori uso, pile, Raee.

Passare all’azione: consigli per diventare esempi di sostenibilità

Cosa possiamo fare noi per lo sviluppo e l’economia sostenibile?

Sappiamo che le materie prime già utilizzate in cicli produttivi possono essere recuperate. Da “scarti e rifiuti” possiamo rigenerare “cose” e reintrodurle nel mercato.

Al termine del ciclo vitale di un prodotto, infatti, possiamo prevede una fase di recupero e scomposizione dei materiali che lo compongono. Quanto più è accurato il recupero, più è possibile rigenerare e riutilizzare.  Soprattutto a livello industriale.

La soluzione, quindi, non riguarda solo il famigerato riciclo. Insieme allo schema delle 3E possiamo tenere a mente, a questo punto, le 4R: riduzione, riutilizzo, riciclo, recupero.

Sono anche queste le cose che possiamo fare nel quotidiano.

Ridurre vuol dire come prima cosa eliminare gli sprechi. Solo nell’ambito alimentare, ad esempio, si stima che oltre il 25% degli alimenti acquistati dalle famiglie non vengano effettivamente consumati e finiscano in spazzatura.

Spesso acquistiamo prodotti che troppo presto trasformiamo in scarti. Perciò potremmo anzitutto protrarre la vita di ciò che possediamo.

Come si può “allungare” la vita di un bene?

  • scegliendo la riparazione al posto della sua sostituzione
  • preferendo l’acquisto di prodotti usati o rigenerati, rispetto all’acquisto di nuovi

La riduzione degli sprechi, così, coinvolgerà l’intero sistema produttivo.

Partendo dall’uso di materiali facilmente riciclabili, evitando la produzione di imballaggi non necessari, consumando meno e prevedendo un ciclo di produzione equilibrato.

Senza dispersione di materia prima preziosissima.

Economia sostenibile: obiettivi che ci uniscono

Se non l’economia sostenibile, quale sistema globale consentirà di raggiungere gli obiettivi di salvaguardia del capitale sociale, umano e ambientale del Pianeta? Quale ruolo hanno bisogno di svolgere lo Stato e le imprese? Cosa possiamo fare per vincere lo scetticismo di molti giovani?

La crisi attuale, sanitaria ed economica, causata dal Covid-19 potrebbe essere una opportunità di trasformazione per l’economia. Potrebbe davvero diventare sostenibile.

Come auspica il Papa, l’economia potrebbe: “essere finalmente al servizio dell’uomo e dell’ambiente e non della speculazione finanziaria”.

Secondo il Pontefice per raggiungere questo traguardo occorre un patto generazionale, con economisti e imprenditori del domani.

Un futuro equo, che non dimentichi i poveri della Terra, la parità di genere e l’ambiente, sono in sintesi i temi dell’evento internazionale The Economy of Francesco.

L’incontro è nato dalla volontà di Papa Francesco di connettersi con:

“chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare un’economia diversa. Che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda”

D’altro canto, la transizione ecologica è il futuro su cui investire, secondo Alfonso Pecoraro Scanio, i fondi Next generation Eu, per creare una vera Alleanza per la Terra.

L’allarme clima sembra essere sottovalutato, secondo il presidente della Fondazione Univerde, e l’emergenza pandemia rischia di disperdere la concentrazione dall’urgenza di azioni.

Secondo l’ex ministro dell’Ambiente il Green deal europeo è la strada da seguire e il nuovo ministero della Transizione Ecologica dovrà rispettare la tabella di marcia.

Se vogliamo rendere sostenibile l’economia, per la neutralità climatica, non possiamo “scivolare verso il fake green”.