Se oggi siamo arrivati al punto che persino i capi di Stato credono a e diffondono fake news sul clima, forse dobbiamo porci un problema: come contrastare la disinformazione crescente, e di chi è la colpa di queste ondate di cattiva informazione?

Facile puntare il dito contro i social, ma sono davvero loro la causa di tante credenze errate sul cambiamento climatico? Di sicuro un maggiore spirito critico e un’educazione ambientale (che da settembre 2020 si insegnerà a scuola) adeguati potrebbero essere d’aiuto.

Perché le fake news sul clima si diffondono sui social?

Un recente articolo analizza chi sono i responsabili della diffusione di fake news sul clima e quali mezzi utilizzano con più frequenza. La disinformazione sui cambiamenti climatici è strettamente legata allo scetticismo e alla negazione.

La tesi degli autori dell’articolo è che sono proprio le caratteristiche dei social network online ‒ come l’omofilia, la polarizzazione e le camere di eco ‒ a fornire un terreno fertile per la diffusione della disinformazione.

In breve, i social network sarebbero il terreno ideale per la diffusione delle fake news, perché ci si confronta solo con persone simili a noi (omofilia), tanto che finiamo per vivere in una “bolla” in cui nessuno è mai in disaccordo con le nostre tesi, che di conseguenza si autorafforzano e si autoalimentano.

Il concetto di polarizzazione o di camere di eco è similare e sotto gli occhi di tutti: facilmente sui social si creano gruppi o community in cui il dibattito non è contemplato, condizione necessaria e sufficiente per far sì che si diffondano credenze errate.

Le persone, infine, sono naturalmente portate a fidarsi delle persone che fanno parte della propria cerchia, e meno di coloro che sono considerati “estranei” al gruppo.

La tattica del dubbio

La strategia principale utilizzata da chi vuole fare disinformazione è generare il dubbio nelle menti del pubblico.

Gli studiosi hanno spiegato come una strategia per seminare sentimenti di dubbio e scetticismo sia stata usata per la prima volta nell’industria del tabacco come un modo per combattere i legami emergenti tra tabacco, fumo e cancro. Ed è una strategia usata tantissimo ancora oggi, per controbattere ai fatti e ai numeri portati dagli scienziati a sostegno della tesi del cambiamento climatico in atto.

Chi fa disinformazione e perché

Sono state identificate dagli studiosi quattro varianti del rifiuto della scienza del clima:

  • rifiuto di tendenza (non si sta verificando un riscaldamento significativo),
  • rifiuto di attribuzione (non è causato dall’uomo),
  • rifiuto di impatto (non avrà un impatto negativo significativo sull’uomo o sull’ambiente)
  • rifiuto di consenso (non vi è consenso tra gli scienziati del clima sui cambiamenti climatici).

Le sei categorie di attori principalmente coinvolte nella diffusione di fake news sul clima, che non si escludono a vicenda, sono

(a) scienziati;
(b) governi;
(c) organizzazioni politiche e religiose, compresi gruppi di riflessione, fondazioni e istituti;
(d) industrie, spesso di estrazione di petrolio o carbone, ma anche industrie siderurgiche, minerarie e automobilistiche;
(e) alcuni media;
(f) il pubblico, maschi bianchi politicamente conservatori.

Lo scopo, come già detto, è quello di instillare il dubbio e lo scetticismo nei confronti della scienza e della ricerca, con finalità diverse.

Magari per indirizzare un voto politico, o per ottenere il consenso dell’elettorato in merito a un comparto industriale.

A dimostrare la mala fede di tante fake news ci pensa questa notizia:

un quarto di tutti i tweet relativi alle conseguenze del “climate change”, in particolare quelli che negano una responsabilità dell’uomo, vengono generati automaticamente da bot.

È quanto emerge da uno studio realizzato dalla Brown University sul rapporto tra bot e clima, come si legge sul britannico The Guardian. C’è quindi una precisa intenzione politica e/o economica dietro alle bufale sul clima, e non solo tanta ignoranza e pigrizia mentale.

Le principali bufale sul clima che potete trovare online

  1. Il global warming ha anche aspetti positivi (avremo inverni più miti!).
  2. È già accaduto in passato, e siamo ancora tutti vivi per raccontarlo.
  3. È tutto dovuto alle tempeste solari.
  4. I modelli climatici sono inaffidabili.
  5. Gli scienziati non sono d’accordo tra di loro, quindi il dibattito è ancora aperto.
  6. Il riscaldamento globale si è fermato nel 1998.

Non è nostra intenzione sfatare qui una per una le principali bufale sul clima (per chi fosse interessato, il web è ricco di studi e articoli scientifici in proposito), ma sottolineare la correlazione che tanti evidenziano tra fake news e diffusione dei social network (per tantissimi italiani, Internet coincide con Facebook o Instagram).

I social sono per molti la principale fonte di informazione, cosa che di necessità ci spinge a essere informati solo sugli argomenti a cui già ci interessiamo, e solo dalle persone o media che già frequentiamo abitualmente.

Quali sono gli effetti delle fake news sul clima

Le fake news sul clima fanno sì che si ingeneri inerzia politica dell’opinione pubblica. Ma non solo.

Uno studio del 2017 apparso sul Journal of Applied Research in Memory and Cognition evidenzia un altro effetto pericoloso, vale a dire la tendenza a fare in modo che le persone smettano di credere nei fatti e perdano la fiducia nei governi, creando così un impatto negativo sul “benessere intellettuale generale di una società”.

Si tratta di conseguenze molto gravi, il cui impatto a lungo termine è difficile da quantificare.

Cosa facciamo in Italia

Di recente è stata lanciata una raccolta firme su Change.org intitolata #StopClimateFake.

Vi si legge: “Troviamo inaccettabile che, ancora nel 2019, invece di discutere e confrontarsi su come meglio adattarsi ai cambiamenti climatici ormai in atto (ad esempio ondate di calore e precipitazioni intense più frequenti, riduzione dei ghiacci o aumento del livello del mare), o come ridurre velocemente le emissioni di gas climalteranti in tutti i settori, si debba perdere tempo con posizioni antiscientifiche che negano l’esistenza stessa del problema o le responsabilità umane”.

La raccolta firme, promossa da Annalisa Corrado e già sottoscritta da numerosi esperti del settore, vuole mettere in evidenza la gravità della misinformation generale sul cambiamento climatico.

Cosa si può fare contro le fake news

La letteratura scientifica propone oggi diversi modi per contrastare le informazioni fuorvianti sul clima: istruzione, inoculazione, soluzioni tecnologiche e regolamentazione.

L’istruzione e gli approcci educativi sono senza dubbio fondamentali: bisogna insegnare tecniche di pensiero critico, migliorare l’educazione scientifica sui cambiamenti climatici.

Con il termine inoculazione, invece, si intende quella strategia che avverte esplicitamente le persone che potrebbero essere male informate. È necessario “giocare d’anticipo”, utilizzando anche algoritmi che riducono la quantità di bufale in circolazione.

Possono fare tanto anche i social, come Facebook e YouTube, per esempio dando rilevanza ai contenuti scientificamente argomentati, rispetto a quello che potrebbe essere classificato come fake news.

Cosa possiamo fare noi nel concreto? Cercare di smascherare le bufale, apportando sempre testi e articoli scientifici a sostegno della nostra tesi, anche quando ci sembra di “combattere contro i mulini a vento”.