Certo che ci sono i giacimenti di gas in Italia!

Qual è la quantità di gas naturale che viene estratta?

Stando al Piano per la transizione energetica delle aree idonee (Pitesai) nel 2020 erano quattro miliardi e 417 milioni di metri cubi. In un anno.

E secondo il ministro della transizione ecologica la quantità sarebbe anche minore.

Circa 3 miliardi. A fronte di un consumo che lo scorso anno è stato di 76,1 miliardi di metri cubi.

Trent’anni fa ne estraevamo 30 miliardi (di metri cubi) all’anno.

E per qualcuno, tanto basta per gridare allo scandalo.

Il nostro Paese avrebbe, stando ad alcune stime (da verificare), giacimenti valutati attorno ai 350 miliardi di metri cubi.

Perché, dunque, siamo costretti ad importarlo?

Tra l’altro, per il 37,8% il gas arriva dalla Russia.

E, in effetti, le cose sono più complesse di come sembrano. Non possiamo limitarci a considerare unicamente i numeri di ieri e quelli attuali.

La riduzione della capacità estrattiva ha dei motivi.

Roberto Bianchini, direttore dell’Osservatorio Climate Finance del Politecnico di Milano, afferma:

“non abbiamo semplicemente chiuso i pozzi per uno sbalzo d’umore.”

Perché non sfruttare appieno i giacimenti di gas in Italia?

Riguardo allo sfruttamento dei giacimenti di gas in Italia, il dottor Bianchini offre alcune spiegazioni.

A quanto pare:

  1. il costo dell’estrazione del gas da un singolo giacimento aumenta nel tempo. Quindi a volte, diventa economicamente svantaggioso proseguire;
  2. non tutti i siti hanno le stesse capacità;
  3. non si può estrarre alla medesima velocità;
  4. in alcuni casi i giacimenti non sono stati sfruttati al massimo perché non avevamo la tecnologia per farlo in modo vantaggioso.

Poi, anche perché abbiamo scelto di non usare la fratturazione idraulica o fracking. Dati i rischi potenziali!

Con il termine fracking, infatti, si indica la frattura idraulica della roccia attraverso acqua, mista a sabbia e agenti chimici. Iniettata ad alta pressione nel sottosuolo.

Questa operazione ha un forte impatto ambientale. Anche perché richiede un elevato consumo d’acqua.

Dunque, in primis, non è praticabile ovunque.

Come se non bastasse sfrutta una miscela di additivi di cui non si conosce l’esatta composizione. (Si parla anche di effetti radioattivi!).

Per non parlare del fatto che, fa ricorso a pozzi di smaltimento delle acque reflue che possono aumentare i livelli di pressione nella roccia. Per periodi di tempo prolungati rispetto alle operazioni legate al fracking.

Non sembra esattamente la migliore idea da realizzare. Soprattutto pensando allo spessore di questo genere di impronta ecologica nel periodo storico in cui ci troviamo.

Ad oggi, ci sarebbe un altro dato da tenere in considerazione.

Passati i primi 135 giorni dall’inizio dell’anno, l’Italia ha finito tutte le risorse che il pianeta le ha messo a disposizione. Il 15 maggio, nemmeno a metà di questo 2022.

Ecco arrivato di nuovo in anticipo il nostro Overshoot day.

Siamo in debito con la Terra! …figuriamoci se iniziassimo ad estrarre altro gas.

Quanti giacimenti di gas ci sono in Italia?

Dando un’occhiata a quelli che sono attivi, tra i giacimenti di gas in Italia, scopriamo che sono circa 1.300.

Ma, quelli che vengono realmente utilizzati con continuità superano di poco quota 500.

Qual è l’impronta ecologica (ed economica) dei giacimenti di gas in Italia?

Degli oltre quattro miliardi di metri cubi di gas italiano, il 54,6% arriva dai giacimenti in mare e il resto dalla terraferma.

Ovvero dalla Basilicata, che da sola vale il 34% di quel 45% proveniente dai pozzi di terra.

In mare invece la zona d’origine del gas è l’Adriatico del nord. Davanti a Veneto, Emilia-Romagna e Marche.

Il Pitesai ci informa del fatto che gran parte della produzione complessiva di gas nazionale registrata nel 2020, è ascrivibile alle 17 concessioni più produttive.

Che hanno realizzato complessivamente 3.566 milioni di metri cubi. Pari all’81% della produzione nazionale.

L’obiettivo di Cingolani sarebbe quello di aggiungere altri 2,2 miliardi di metri cubi. Che porterebbe l’ammontare totale a oltre 6 miliardi. (O cinque. Secondo i numeri, del Pitesai o del ministro.)

Dunque, “stiamo” pensando soprattutto ai giacimenti nel Canale di Sicilia. Da dove dovrebbe arrivare l’80% del nuovo gas.

Un altro 15% verrà aggiunto da altri siti davanti a Emilia-Romagna e Marche.

L’ultimo 5% preso nel Mar Ionio vicino Crotone.

Ma, per riprendere a estrarre di più…bisogna investire! Sapendo che non si raddoppia o triplica la produzione nel giro di qualche mese.

Senza dimenticare che sfruttare queste risorse comporta dei rischi. Soprattutto quando parliamo dei giacimenti davanti a Venezia.

In ogni caso, c’è un altro nodo da sciogliere oltre a quello della capacità estrattiva.

In Italia non abbiamo espanso i siti per lo stoccaggio del gas.

Se avessimo maggiore capacità di immagazzinamento, avremmo potuto affrontare tutto con più serenità.

L’autosufficienza energetica non dipende dai giacimenti di gas in Italia

Dati e motivazioni comprese, ci rendiamo conto del fatto che l’autosufficienza energetica non dipende certamente dai giacimenti di gas in Italia.

Tornando alla documentazione offerta dal professor Bianchini, possiamo ricordare che per molto tempo non abbiamo avuto problemi di approvvigionamento.

“Il tema non era di tipo geopolitico ma solo di prezzi. Non conveniva estrarre o aprire altri pozzi, piuttosto importare.”

E per lungo tempo prezzi di gas ed energia sono stati bassi. E stabili!

Dopo l’invasione dell’Ucraina, bisognerebbe innanzitutto ipotizzare quali saranno gli equilibri futuri.

Certamente ci può aiutare sapere quanto conviene riprendere a trivellare o meno.

Ma, non è più una scelta economica, quanto strategica.

Quanto dipendere, per una fonte primaria come il gas, da altri Paesi? Quanto aumentare le nostre capacità di produzione e le nostre scorte?

Ricordando che l’indipendenza energetica significa investimenti e dunque costi.

Gli stessi che in passato abbiamo deciso di non pagare.

Un’alternativa sarebbe il ricorso al carbone. Ma inquina molto di più!

E le rinnovabili?

Per queste decisioni potremmo tenere in considerazione diversi studi. Esiste, per esempio, un recente rapporto di Carbon Tracker in collaborazione con il Rocky mountain institute (Rmi).

Un gruppo di specialisti finanziari e un’organizzazione non profit indipendente, che da oltre trent’anni lavora per un futuro a basso impiego di carbone e a zero emissioni.

Questi ci illustrano la realtà del rischio climatico sugli attuali mercati di capitali.

Lo studio è intitolato “Il rischio di andare a tutto gas. Perché l’Italia dovrebbe investire nel settore dell’energia pulita”.

Sappiamo già che si tratta di un combustibile fossile (energia non rinnovabile). Ad alto impatto sul clima.

Inoltre, è una fonte energetica fuori mercato. Che comporterebbe perdite economiche alla collettività.

Alternative ai combustibili fossili

Sono diversi gli esperti pronti a spiegare che investire sui giacimenti di gas in Italia significa perdere miliardi di euro.

(Se non vogliamo pensare alla situazione da un punto di vista ambientale.)

I punti salienti del rapporto di Carbon Tracker sono piuttosto chiari.

I piani di costruzione di nuove centrali a gas in Italia per una capacità complessiva di 14 GW porterebbero a perdite fino a 11 miliardi di euro in investimenti.

“Abbiamo comparato i progetti proposti ad un portafoglio di rinnovabili mostrando che esistono già soluzioni più vantaggiose che permettono di non considerare il gas come una fonte energetica di transizione.”

Lo racconta Catharina Hillenbrand Von Der Neyen. Responsabile power and utilities presso Carbon Tracker.

Se si considera il gas come ponte per la transizione ecologica, si rischia di perdere miliardi di euro in stranded assets.

Perché questi combustibili non sono più competitivi.

Il rapporto fornisce anche delle soluzioni!

Il mix ottimale, ovvero il portafoglio di energia sostenibile, si comporrebbe così:

  • 31% da centrali fotovoltaiche. Generando energia sufficiente per la maggior parte della giornata;
  • 17% di parchi eolici su terraferma. In grado di garantire energia elettrica durante le ore notturne;
  • 16% dalle batterie di accumulo elettrico. Essenziali per rispondere alla domanda delle ore di punta;
  • 27% di riduzione della domanda;
  • 9% da efficientamento energetico. Ristrutturando i vecchi edifici.

A quanto sembra, non abbiamo che da guadagnare dagli investimenti sull’energia rinnovabile!