I giacimenti di petrolio in Italia!?

Non solo ci sono…

Abbiamo riserve di petrolio onshore (cioè su terraferma) tra le più grandi.

Alcune sono seconde solo a quelle del mare del Nord (Norvegia e Regno Unito).

Siamo il quarto produttore dopo la Danimarca.

Solo la Basilicata dispone di riserve pari a 1,4 miliardi di barili. (Secondo alcune stime della British Petroleum.)

Così, soltanto le opposizioni ambientaliste e degli enti locali hanno impedito, negli anni, il massiccio sfruttamento delle riserve petrolifere nazionali.

C’è chi a questo punto non si troverebbe molto d’accordo.

Petrolio. Sembra una parola magica.

Fa pensare a: lavoro, trasporto, migliaia di oggetti che abbiamo attorno a noi.

Eppure, ci fermiamo davanti ad una pompa di benzina e scopriamo che il suo utilizzo ci impone dei sacrifici. Il prezzo è alto e la “crescita” sembra non avere fine.

Sorge spontanea una domanda:

 “In Italia quanto petrolio e gas abbiamo? Non potremmo sopperire alla continua crescita di richiesta di questo elemento con una maggiore produzione domestica?”

Ma il fatto è che la crescita non è infinita.

Non lo è neppure il petrolio.

E il prezzo che paghiamo, purtroppo, non riguarda semplicemente il nostro portafogli!

L’aumento del prezzo dell’energia elettrica è solo la punta dell’iceberg. Tanto quanto il Caro benzina!

Così, da anni, abbiamo iniziato a sviluppare la possibilità di un’economia sostenibile. In Italia e nel mondo!

Cosa significa?

Un piccolo memorandum per tenere presente i cambiamenti a nostro favore:

Non è più il tempo di parlare di crisi economiche (vecchio stampo).

Dove ci sono giacimenti di petrolio in Italia?

Viviamo nell’epoca della transizione ecologica. E i giacimenti di petrolio in Italia (e nel mondo)..non andrebbero più toccati!

Utopia?

Beh, di davvero surreale c’è il fatto che ci chiediamo ancora quali potrebbero essere i pro e contro dei cambiamenti climatici.

È importante essere ottimisti, certo.

Ma, prima ci rendiamo conto di quanto ci accade intorno, prima potremo fare qualcosa. Per noi stessi…e per gli altri.

Prendiamo un esempio fra tutti.

La Basilicata! (Appunto.)

Per il momento, la maggioranza delle risorse petrolifere nazionali si trova lì.

In Val d’Agri. Abbiamo il più grande campo on-shore in Europa.

I giacimenti di petrolio in Italia, non sono una “reale” ricchezza.

In quella regione di boschi, monti e colli. Fin giù nella valle, spicca il Centro oli più grande d’Italia.

Ovunque in val d’Agri si nota la fiamma perennemente accesa sulla torre. Insieme a un rumore incessante di lavori in corso e alle esalazioni di gas e zolfo.

A segnalare la presenza del campo…

La produzione nazionale complessiva, una decina di anni fa, era documentata per circa 112mila barili al giorno. Pari solo al 7,4% della domanda interna.

L’Eni è operatore della concessione val d’Agri (60,77%). In partnership con Shell (39,23%).

Lì, gli investimenti complessivi dei petrolieri, dall’inizio dell’attività negli anni ’80, ammontano a circa 3 miliardi di euro per 340 milioni di barili.

Quindi, l’oro nero del Belpaese ha attirato qualche compagnia estera. Come Schlumberger, o la celeberrima Halliburton.

Eppure, tutto ciò non porta ricchezza. E non risolve la crisi energetica.

Ad esempio, nel 2012 la Basilicata ha incassato oltre 63 milioni di euro. Ma, risultava come una delle regioni d’Italia con il più alto tasso di disoccupazione.

Anzi, ad un certo punto, è tornata ad essere obiettivo 1 tra le aree più depresse d’Europa.

Giacimenti di petrolio in Basilicata

I giacimenti di petrolio in Italia sono (o potrebbero essere stati) una grande “risorsa”.

Ma, chi crede all’equazione -petrolio uguale ricchezza- dovrebbe consultare i numeri relativi allo sviluppo della Basilicata.

Proprio quello basato sull’economia dell’estrazione dei combustibili fossili (ed energia non rinnovabile).

La regione, da cui si estrae l’80% del petrolio italiano ha il prodotto interno lordo (pil) più basso del Paese. 265 impiegati nel settore estrattivo (a fronte di 576mila abitanti), di cui 143 lucani.

E le royalties più basse del mondo.

Quelle che le aziende del petrolio versano in generale all’Italia sono tra le più basse d’Europa: il 10%.

Contro il:

  • 77% della Danimarca;
  • 78% della Norvegia;
  • 82% dell’Inghilterra.

Conclude la carrellata uno dei tassi di migrazione tra i più alti.

Dalla Val d’Agri sono partite tante persone.

Facendo impennare la percentuale di anziani, che è la più alta del Mezzogiorno.

A questo, aggiungiamo la carenza delle infrastrutture, un’arretratezza nel settore dei trasporti e la soppressione dei servizi essenziali in molti comuni.

Dunque, possiamo dire che la Basilicata non si è arricchita grazie al petrolio. Nonostante si estraggano 90mila barili al giorno da 37 pozzi (su 482 realizzati negli anni).

Per non parlare dell’impoverimento del suolo e del paesaggio.

Italia Nostra ci ricorda l’inquinamento del sottosuolo dovuto alle sostanze chimiche “coperte dal segreto industriale”. I traccianti radioattivi per favorire l’ingresso delle trivelle. E i rischi geologici e sismici.

Infine, nella competizione tra petrolio e acqua, c’è la sfida per il futuro di questa bellissima terra.

La regione, infatti, costituisce il più grande serbatoio idrico dell’Italia centromeridionale. E ospita la diga in terra battuta più grande d’Europa. Monte Cutugno.

Per ogni litro di petrolio ne occorrono otto d’acqua. E dieci litri di sostanze inquinanti vengono rimesse nell’ambiente.

Energia, economia, clima…

I giacimenti di petrolio in Italia non risolveranno la crisi energetica che tocca (anche) il nostro Paese.

Come non hanno sostenuto le potenzialità di sviluppo di un luogo tanto “ricco” quale è la Basilicata.

In più succede, ad esempio, che nell’invaso del Pertusillo (sempre nella regione) da alcuni anni si registra una ciclica moria di pesci.

Collegata, secondo le indagini consultate da Italia Nostra, proprio allo sfruttamento del petrolio.

Consideriamo che fornisce acqua a milioni di abitanti tra Basilicata, Puglia, Calabria e Campania!

La crisi energetica è legata a svariati fattori.

Ma soprattutto, al fatto che le risorse del nostro pianeta sono “finite”.

Inoltre, per avere il 50% di probabilità di contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi centigradi, da qui al 2100 si potranno emettere non più di 580 gigatonnellate di CO2.

Gli scienziati si sono espressi con chiarezza: i combustibili fossili dovranno rimanere dove sono.

Sottoterra!

Indipendentemente dal fatto che siano destinati a essere bruciati o meno.

Non vanno nemmeno estratti.

Per la precisione, dovremo rinunciare a:

  • 89% delle riserve di carbone (826 miliardi di tonnellate)
  • 59% di gas naturale (92mila miliardi di metri cubi)
  • 58% delle riserve di petrolio (744 miliardi di barili).

Quindi, riferendoci ad ampio spettro alla situazione mondiale, secondo gli esperti potrebbe avere senso sfruttare soltanto le risorse particolarmente economiche.

Non le sabbie bituminose del Canada, i giacimenti di gas e petrolio nell’Artico o le miniere di carbone australiane.

Poi, dati e numeri, statistiche e classifiche, sono solo una piccola parte di questa storia.

Come afferma (anche) il New York Times, il dramma consiste nell’aumento di:

  • ondate di calore, uragani ed eventi meteorologici estremi;
  • siccità che conduce alla desertificazione;
  • incendi senza precedenti e inondazioni che causano danni enormi, non solo agli insediamenti umani.

Ne abbiamo raccontato…parlando delle conseguenze del riscaldamento globale.