Colori, forme, materiali, immagini, testi: il packaging è prima di tutto questo.

Un oggetto pensato per attrarre la nostra attenzione quando percorriamo le corsie del supermercato sotto casa, magari con la lista della spesa ben fatta, proprio per non cadere nella tentazione di acquistare ciò che ci attrae e non ciò che ci serve davvero.

Imballaggio o confezione è il termine italiano (ebbene sì, esiste) che definisce tutto ciò che contiene un prodotto o un oggetto e che, immancabilmente termina la sua vita nella spazzatura.

Se il progettista è stato attento, ma soprattutto se l’azienda produttrice condivide un approccio alla sostenibilità ambientale e alla filosofia “zero sprechi”, ha creato dei packaging che possano essere smaltiti, riciclati o addirittura riusati.

Belli, funzionali, originali ma sempre con un occhio all’ambiente.

Tuttavia, questo specifico aspetto del marketing di prodotto non sempre è in cima alle priorità delle aziende e non solo, anche se negli ultimi anni rappresenta il maggior investimento in ricerca e sviluppo, specialmente nel settore food.

Ne è prova il primo evento di settore (Eco packaging Award) che premia chi produce con un approccio biologico e chi cura il packaging del proprio prodotto non solo scegliendo accuratamente i materiali, bensì anche il design.

Il packaging non riguarda solamente ciò che acquistiamo in un punto vendita, bensì anche ciò che consumiamo dentro le pareti domestiche, specie negli ultimi mesi in cui l’abitudine di farsi portare cibo a casa è diventata una necessità, sia reale che psicologica.

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L’hanno definita nuova normalità e porta delle conseguenze, soprattutto su ciò che accade dopo: contenitori di vari materiali, cartoni per pizza e prodotti affini, vaschette di alluminio.

Tutto finisce nella raccolta differenziata, aumentando l’impatto della nostra vita sul posto in cui viviamo. Ma il punto è un altro:

quale scelta è a disposizione dei consumatori quando vanno al supermercato?

Una domanda che nasce da alcuni dati. Un recente sondaggio svolto da Insites Consulting nel 2020 ha confermato che il 42% degli intervistati preferisce acquistare prodotti in vetro perché può essere sempre riciclato, il problema è che non sempre è possibile. Il 27% degli intervistati ha dichiarato che i loro marchi preferiti non usano imballaggi in vetro.

Questo è solo uno dei tanti esempi che mettono in evidenza la distanza ancora esistente tra la sensibilità di chi acquista e quella di chi produce.

Per fortuna qualcosa sta cambiando.

Il vetro è per sempre: il packaging riciclabile per eccellenza.

Le aziende sono sempre più interessate a considerare il packaging ecosostenibile come leva di marketing nei confronti dei consumatori, per questo nascono nuovi progetti come Made in Vetro che certifica tutti i prodotti in vetro riciclato: bottiglie, vasi, flaconi, barattoli.

Il logo che verrà apposto sarà una garanzia per chi produce e per chi compra, un vero e proprio valore aggiunto che sottolinea le qualità e i benefici per la nostra salute e anche per il nostro pianeta.

In Europa il riciclo del vetro consente di risparmiare oltre 12 milioni di tonnellate di materie prime e oltre 7 milioni di tonnellate di Co2, come se avessimo eliminato 4 milioni di auto dalla circolazione.

Il nuovo marchio, presentato recentemente durante la settimana europea dei rifiuti, nasce da una collaborazione o meglio da una vera e propria alleanza tra aziende, consumatori e designer.

Per renderlo immediatamente riconoscibile, ogni elemento del logo rappresenta una delle qualità e dei valori del vetro:

  • sicuro,
  • impermeabile,
  • sterilizzabile,
  • eternamente riciclabile e riusabile

capace di rinascere a vita in altri contenitori con le stesse caratteristiche, indipendentemente da quante volte è stato riciclato.

Un segno molto forte, soprattutto in questo momento in cui la sicurezza alimentare (e non solo) è una delle motivazioni che influisce sulle decisioni di acquisto dei consumatori, sempre più sensibili e, soprattutto, consapevoli.

Riciclare o riusare? Forse non tutti si ricorderanno le bottiglie definite come “vuoto a rendere”: erano prevalentemente quelle dell’acqua e del vino, prima che arrivassero i brick di cartone e quelle di plastica.

Era un’abitudine che univa due vantaggi: quello economico perché il reso restituiva qualche centesimo e quello ambientale, infatti le bottiglie non rese potevano essere riusate e trovare un nuovo scopo.

Fonte: Birra Peroni

È su questa base che Peroni ha recuperato una antica tradizione aziendale. Dal 1846 la Birra Peroni imbottiglia parte della sua birra in bottiglie adatte per il vuoto a rendere. E ora ha deciso di rinnovare questa tradizione con una nuova veste grafica che indichi chiaramente al consumatore questa possibilità, ovvero scegliere un contenitore che poi potrà rendere.

Le bottiglie Uni sono più resistenti proprio per essere riutilizzate innumerevoli volte prima di essere smaltite, garantendo dai 15 ai 18 riusi prima di tornare vetro e trasformarsi in un nuovo contenitore.

Il vetro è un imballaggio puro, ma cosa succede agli imballaggi misti, carta plastica per esempio, quelli che devono essere necessariamente separati e che, a volte creano qualche dubbio sulle modalità di smaltimento?

Carta e plastica: riciclate insieme, si può.

Anche in questo caso alcuni brand si sono mossi per risolvere il problema e hanno studiato degli imballaggi in cui la plastica è a base cellulosica e quindi perfettamente riciclabile insieme alla carta.

Un esempio è il nuovo imballaggio della pasta Granoro, fresco vincitore della prima edizione degli Eco Packaging Awards.

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La prevalenza di materiale cellulosico è circa l’80% dello strato sottile di plastica che lascia trasparire il prodotto, incartato in una confezione di carta certificata FSC, una certificazione internazionale che attesta la provenienza della materia prima da foreste in cui gli standard ambientali ed economici sono rispettati.

Una scelta che fa risparmiare il 35% di plastica su tutta la produzione dell’azienda, circa 4 milioni di pacchi all’anno dell’intera linea biologica.

Un risultato che risponde ad una tendenza oramai ben consolidata, come dimostra la ricerca presentata da Comieco, Consorzio nazionale Recupero e Riciclo degli imballaggi a base cellulosica, fatta dall’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna.

Il 70% di chi acquista online è disposto a spendere un po’ di più a patto che la spesa sia green .

Fonte: IDEALO 2019

Addirittura l’80% preferisce un imballaggio ecosostenibile perché è una attestazione concreta dell’attenzione di chi produce verso l’ambiente.

Da qui nasce da una parte il bisogno delle aziende di rispondere a questa esigenza crescente dei propri consumatori, dall’altra la sfida di chi disegna e chi produce i materiali che poi verranno usati per produrre gli imballaggi.

Ecco che nascono nuovi materiali che si basano su carta e cartone come per esempio la nanocellulosa che ha le caratteristiche ideali per rispondere alle necessità di confezionamento alimentare: grande resistenza, leggerezza, basso costo.

Questa materia è anche rinnovabile, biodegradabile e compostabile. Praticamente perfetta.

La dimostrazione che l’innovazione e la tecnologia sono uno strumento fondamentale per la protezione dell’ambiente e la salvaguardia del nostro futuro, se non altro perché chi produce carta è un esempio mirabile di quell’economia circolare che dovrà necessariamente essere il nostro modello per gli anni a venire.

È proprio grazie all’aumento della raccolta di carta e cartone (circa 3,5 milioni di tonnellate) che l’industria cartaria è riuscita a risolvere la scarsità di materia prima necessaria alla sua attività tanto che il 60% della produzione nazionale si basa sull’uso di fibre da materiale riciclato.

Riciclare non deve mai essere un gesto banale e scontato e tantomeno da sottovalutare.

Ciò che gettiamo rivive e migliora la nostra vita.