In molti film distopici sul clima (ma neanche poi troppo distopici), come Interstellar, si vede il genere umano alle prese con il cambiamento climatico, a fare i conti spesso con carestie e desertificazione, ma quello di cui si parla poco sono le migrazioni climatiche, a cui tutti gli studi attuali sembrano purtroppo puntare.

Un riferimento letterario alle migrazioni climatiche lo troviamo in Hello America di Ballard (che, pare, diventerà una serie tv Netflix grazie a Ridley Scott).

In un imprecisato futuro, gli Stati Uniti d’America risultano essere del tutto disabitati a causa della desertificazione: New York è ricoperta da una coltre di sabbia, la Statua della Libertà giace in fondo al mare, e chi ha potuto, anni prima, è emigrato in Europa, in una sorta di colonizzazione al contrario.

Si tratta solo di fantasie, o c’è un fondo di verità? Presto potremo diventare tutti migranti climatici?

Cambia il comportamento degli uccelli migratori

Non solo gli animali risentono dei cambiamenti climatici: anche gli esseri umani sono spinti a diventare migranti ambientali, o migranti climatici, per cercare terre dove vivere sia meno difficile.

Da tempo sappiamo che il climate change sta cambiando il modo in cui migrano gli uccelli, come ci riportano i dati dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale).

Le primavere sempre più anticipate in Europa portano le specie migratrici, di ritorno dall’Africa, a essere stagionalmente in ritardo rispetto alle fasi di massima disponibilità di cibo. Lo studio, da poco pubblicato, considera i dati di ben 30 anni di osservazioni. 

Gli uccelli, in questo caso, ci forniscono “campanelli di allarme sugli effetti drammatici del mutamento climatico globale e richiedono a noi, per la sopravvivenza loro quanto nostra, un’urgente consapevolezza dell’esigenza di connettere anche le politiche di conservazione, gestione ed uso sostenibile delle risorse naturali tra culture, Paesi e continenti diversi”, come si legge nel comunicato stampa ISPRA.

Le migrazioni ambientali esistono già

Nel caso dell’Africa e di altri Paesi del Sud-Est Asiatico, già adesso possiamo constatare quali danni stia apportando il cambiamento climatico alla vita di tante persone, costrette a partire e a cercare miglior fortuna sulle coste dell’Europa.

Si prevede per i prossimi anni un aumento delle migrazioni delle popolazioni più vulnerabili, a causa del loro accesso limitato a risorse come acqua e terra.

Le migrazioni dovute ai cambiamenti climatici sono già in atto da ormai qualche anno, anche se hanno poco spazio nel dibattito pubblico, eppure si prevede che in futuro siano destinate ad aumentare considerevolmente.

Una delle cause sono i disastri ambientali, in continuo aumento: lo dimostrano i dati dell’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC) che, dal 2008, ha calcolato che a causa di disastri ambientali in media oltre 25 milioni di persone l’anno sono costrette a lasciare le proprie case.

Il rischio per gli esseri umani di essere sfollati a causa di improvvisi disastri naturali è oggi superiore del 60% rispetto a quarant’anni fa. E si tratta di un numero molto superiore di coloro che sfuggono a guerre e violenze.

Un esempio emblematico: la Somalia. La guerra e le violenze, nel 2017, hanno provocato “poco meno” di 400mila migrazioni. Nello stesso anno i disastri ambientali hanno costretto quasi 900 mila somali a spostarsi.

Le cause delle migrazioni climatiche

La causa “madre”, ovviamente, è il cambiamento climatico.

Ma a voler guardare nello specifico, sono tantissimi i motivi che spingono a diventare migranti climatici: alcuni, più violenti e repentini, come le inondazioni, i tifoni, gli tsunami.

Altri, più lenti, come la siccità, la desertificazione, la morte di alcuni ecosistemi marini, l’erosione dei fiumi.

Inoltre, spesso, i disastri ambientali si vanno ad aggiungere a situazioni già di vulnerabilità, in contesti molto poveri e in cui lo Stato non fa nulla per aiutare i più deboli. 

Si ritiene inoltre che entro il 2099 la temperatura media globale si sarà alzata tra gli 1,8 e i 4 °C rispetto ai livelli pre-industriali, cosa che ovviamente non resterà priva di conseguenze. Aumenterà la siccità, le frequenze e le intensità delle piogge cambieranno, causando alluvioni più devastanti di quelle attuali. 

Il famoso scioglimento dei ghiacci, invece, continua a innalzare il livello delle acque del pianeta, che aumenterà, pare, tra gli 8 e i 13 centimetri entro il 2030.

Questo avrà conseguenze potenzialmente enormi per le persone che vivono vicino ai delta dei fiumi e in generale nelle zone costiere, senza contare la salinizzazione dei suoli, e del risvolto che questo può avere per l’agricoltura.

Le isole Carteret (Papua Nuova Guinea), ad esempio, sono diventate il primo sito al mondo in cui tutti gli abitanti hanno dovuto migrare a causa del cambiamento climatico: si tratta dei primi rifugiati ufficiali del riscaldamento globale. Già nel 2005, dopo anni di battaglie, la maggior parte delle isole è diventata inabitabile, con enormi maree che hanno lavato via interi raccolti e avvelenato quello che rimaneva con il sale. 

Cosa dice la legge

Attualmente i migranti climatici non esistono, legalmente parlando, e i Paesi si guardano bene dal creare dei precedenti pericolosi.

Uno dei casi più famosi è la Nuova Zelanda, che da anni riceve richieste di asilo da parte di abitanti di isole del Pacifico le cui coste sono progressivamente sommerse dal mare, richieste che in gran parte rifiuta perché non sono previste per legge.

Il diritto internazionale infatti non riconosce il diritto all’asilo per motivi ambientali, una presa di posizione che forse saremo costretti a rivedere molto presto, spinti dai numeri in costante aumento.

Nonostante tutto, di recente, qualcosa sembra essere cambiato: con una recente sentenza storica, il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha dichiarato che gli sfollati a seguito di emergenze climatiche non possono essere rimandati nei loro paesi di origine, dove il diritto alla vita è minacciato dagli effetti dei cambiamenti del clima.

Le condizioni naturali possono quindi far scattare l’obbligo di non-refoulement.

Inoltre il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, il documento approvato nel dicembre del 2018 dall’Assemblea dell’ONU, chiede esplicitamente che i governi facciano dei piani per prevenire le migrazioni climatiche e per aiutare le persone che si sposteranno a causa del climate change.

Anche gli Accordi sul clima di Parigi del 2015 hanno chiesto esplicitamente che un comitato speciale istituito alla Conferenza sul Clima di Varsavia del 2013 si occupi di preparare delle linee guida per definire giuridicamente i migranti ambientali.

La risposta su come risolvere il problema, insomma, è tutta nelle mani dei governi del Primo Mondo, che dovranno con responsabilità aiutare i governi locali a risollevarsi dalle catastrofi ambientali, oltre a impegnarsi per ridurre l’aumento di temperatura globale. 

Stabilire la portata delle migrazioni climatiche è difficilissimo, perché come ogni fenomeno umano la migrazione è causata da diversi fattori concatenati, ma sembra ormai certo che si tratta di una tendenza che sarà in forte aumento nei prossimi anni, e con cui, volenti o nolenti, dovremo fare i conti.