Parallelamente alle crisi provocate dalla pandemia, i mercati dell’energia soffrono di volatilità. Ora più che mai. Ecco perché stiamo parlando di Rischio Blackout.

In Italia, in Europa. E non solo…

Si parla di crisi energetica consapevoli del fatto che il blackout sarebbe “soltanto una” tra le conseguenze e i molteplici rischi.

Storicamente le crisi internazionali scaturiscono dall’impennata dei prezzi del petrolio.

Stavolta, invece, per comprendere la crisi bisogna volgere lo sguardo ad un’altra fonte non rinnovabile.

Il gas naturale in primis.

Con una domanda che supera di gran lunga l’offerta sui mercati internazionali.

Una delle principali compagnie britanniche ha consigliato di abbracciare i propri animali domestici.

Fare attività fisica.

Lasciare il forno aperto dopo aver finito di cucinare: per rimanere al caldo!

Non è uno scherzo.

A seguito dei rincari, intere filiere ad alta intensità energetica sono state costrette a limitare la produttività. In casi estremi, alla chiusura.

(Dalla metallurgia, alla ceramica, alla produzione di fertilizzanti…)

Lo conferma Il Sole 24 Ore, specializzato su certe tematiche.

Le autorità europee riunitesi a metà dicembre non sembravano preparate alle sfide poste dalla crisi energetica.

Oltre ai due schieramenti pro-gas e pro-nucleare, la supposta speculazione finanziaria sul sistema di scambio delle emissioni (Ets) ha fatto saltare il banco.

Così, Varsavia e Praga, tra gli altri, appaiono decise a procedere verso la transizione ecologica con ricette nazionali. Ad alta concentrazione di emissioni.

Purtroppo, sui consumatori vengono scaricati semplicemente i crescenti costi energetici.

E spetta alla politica fornire piani strategici, di lungo corso…

Capaci di assicurare una transizione sostenibile e risposte pragmatiche a livello strutturale.

(Facendo affidamento sul parere di tecnici e ricercatori.)

La questione è complessa.

Eppure, non mancano soluzioni ed esperienze che invitano in ogni caso ad uno sviluppo sostenibile e lungimirante!

Rischio Blackout energetico: le cause

Al momento non sono in vista distacchi programmati. Ma, il rischio blackout esiste.

Ce n’è stato uno a Berlino a gennaio.

Centinaia di migliaia di persone sono rimaste al freddo per ore.

Gli esperti, infatti, invitano alla prudenza.

Le avvertenze giungono dall’associazione europea delle reti di alta tensione. E dal Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica).

Uno studio è stato portato avanti da Alessandro Clerici del World Energy Council. Presentato già in dicembre.

Le indicazioni arrivano all’unisono:

“Attenzione alla tempesta perfetta”.

Allora, proviamo a chiarire la situazione.

La Germania ha spento due reattori atomici. Si affida a carbone e metano perché il contributo del vento è minore delle attese. (Wind drought…beh, non lamentiamoci del vento quando ci accarezza i capelli.)

Le materie prime energetiche scarseggiano.

Il gas, ma anche il litio per le auto elettriche e i sistemi di continuità.

In Serbia i comitati nimby protestano contro l’enorme miniera che vuole aprire la multinazionale Rio Tinto.

Il nucleare francese invecchia ed esige “soste” sempre più frequenti.

Con ricadute sulla disponibilità di corrente nella linea d’importazione tra Grand’Ile-Rondissone (Torino).

Quindi, l’ingegner Clerici avverte sulla possibile mancanza di adeguate risorse energetiche in futuro.

“Soprattutto se i grandi sviluppi nelle energie rinnovabili e nei vettori energetici non raggiungeranno in tempo gli ambiziosi obiettivi”

Questo rischio non riguarda solo prezzi, economia, soldi…

Ma la sicurezza e la qualità degli approvvigionamenti energetici.

I costi ricadono sui consumatori spesso in modo invisibile. (Comunque, ce ne siamo accorti, in Italia, con il Caro Bollette).

Non è un caso che la Banca centrale europea abbia ammonito sul rischio di inflazione. Indotto, secondo alcuni, dalla corsa all’energia verde.

(Neppure il record storico segnato a dicembre dalla produzione di energia eolica in Europa è riuscito a controbilanciare qualcuna delle falle?)

Rischio Blackout: Europa epicentro

Verso la fine dell’anno appena passato è arrivata la notizia di un assalto ai ferramenta in Spagna. Le persone hanno acquistato bombole di gas e torce nel timore del rischio blackout.

In effetti, l’ipotesi di uno stop prolungato alla fornitura di energia elettrica genera una sensazione di sconvolgimento. (Nel mondo iperconnesso in cui viviamo.)

Siamo abituati a impiegare le tecnologie 24 ore su 24. Praticamente qualsiasi attività ha bisogno di energia.

Eppure, finché non si parla di rischio blackout nessuno sembra domandarsi da dove arrivino luce o acqua calda.

Anche Andrea Aparo von Flüe, fisico, dirigente d’azienda (Finmeccanica, Ansaldo…) e docente alla Sapienza di Roma, se n’è occupato.

Avvertimenti e rischio blackout.

Ha spiegato a “Il giorno” perché esiste il rischio Blackout.

“In Europa stiamo spingendo al limite della capacità il sistema di produzione e distribuzione dell’elettricità.”

Non bisogna essere dei cervelloni per capire che quanto più ci si avvicina al limite, tanto aumenta la probabilità di una crisi.

A quanto pare la capacità del sistema di soddisfare eventuali picchi della domanda è molto limitata. Anche a causa della modifica del mix delle modalità di produzione:

  • abbiamo chiuso per motivi economici ed ecologici le centrali a carbone;
  • ridotto quelle ad olio combustibile;
  • aumentato le sorgenti intermittenti;
  • e non abbiamo investito a sufficienza nei sistemi di accumulo.

(Strano)

Insomma, abbiamo cercato di complicarci la vita?

Secondo il dottor Aparo von Flüe, quindi, esiste un rischio blackout per due semplici motivi.

“Un eccesso di domanda di energia rispetto a quanto viene effettivamente prodotto. Oppure una qualunque interruzione di linea del sistema di distribuzione.”

Pericoli a cui si aggiungono la criticità sul fronte delle scorte. L’aumento dei prezzi dei combustibili. E l’obsolescenza di impianti e infrastrutture.

Quanto dura il blackout?

Sul rischio blackout e la sua durata non esistono certezze.

Per rimettere in piedi l’intero sistema?

Se accadesse, viene stimato un tempo compreso fra i 7 e i 14 giorni.

Il sistema cui fa riferimento il professore Aparo von Flüe (che a Roma insegna Strategia aziendali) non si limita neppure all’Europa.

Gli esperti parlano della cosiddetta “Area sincrona continentale”. Conosciuta con la sigla UCTE.

La più grande rete elettrica al mondo: 400 milioni di utenti in 30 Paesi.

Un eventuale blackout, naturalmente, andrebbe a colpire qualunque dispositivo o sistema che per funzionare ha bisogno di energia elettrica.

Proviamo ad immaginare?

Telefoni, Internet, sistemi di pagamento, semafori…

…trasporti, reti idriche e fognarie, televisione, elettrodomestici.

Insomma, tutto ciò che fa parte della nostra quotidianità!

C’è chi afferma che il passaggio a politiche ambientali “eco friendly” fragilità.

Che l’energia eolica è qualcosa di aleatorio. E che quella solare in inverno non può arrivare ai livelli dell’estate.

Per cui non resterebbe che andare avanti con metano e carbone!?

La “colpa” sarebbe dunque da ricercare nella scarsità di materie prime?

O forse dovremmo riflettere, ragionare e agire sul sovrasfruttamento della Terra?

Eppure, da qualche tempo abbiamo a disposizione i dati forniti dall’Earth Overshoot Day (EOD).

Che non ci indica “semplicemente” il giorno in cui l’umanità (soprattutto in certe zone) consuma interamente le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno.

Il sovraconsumo globale viene documentato dai calcoli del Global Footprint Network.

È iniziato nei primi anni ’70.

Ed ora, il debito ecologico accumulato, risulta pari alla produzione di 18 anni della Terra.

Lo spiega Gianfranco Bologna, presidente onorario del Comitato Scientifico del Wwf Italia.

Il deficit ecologico globale è molto superiore a quello economico.

“Senza una natura sana e vitale non abbiamo gli elementi fondamentali che ci consentono, in primis, di respirare, bere e mangiare”.

Rischio Blackout: Italia

Il Copasir sottolinea il Rischio Blackout nella Relazione sulla sicurezza energetica dell’attuale fase di transizione. Il 13 gennaio scorso.

Il timore è lo spegnimento di una singola centrale con reazione a catena.

Perché il sistema di approvvigionamento energetico europeo è estremamente iperconnesso.

L’Italia dovrebbe realizzare (sempre secondo il Copasir) un piano di sicurezza nazionale.

Facendo in modo che resti valido e indirizzi:

“le scelte strategiche che il Paese dovrà compiere in questo settore nel lungo periodo”.

La Relazione sulla sicurezza energetica, in fase di transizione ecologica, è frutto di una indagine conoscitiva attivata in settembre.

Viene valutata l’ipotesi di incrementare l’estrazione di gas da giacimenti italiani.

“Si tratterebbe di sfruttare più efficacemente i giacimenti già attivi, in modo da raddoppiare la quota nazionale da poco più di quattro a circa nove miliardi di metri cubi all’anno.”

Eppure, sappiamo che l’Italia, nel 2021, ha esaurito il budget di risorse ecologiche il 13 maggio. Siamo in debito con la Terra per l’alimentazione, l’energia e molti altri prodotti…

Vogliamo davvero comportarci con il gas come facciamo per il cibo?

C’è un rapporto interessante di Waste Watcher International. Iniziativa della campagna Spreco Zero (Last Minute Market) e dell’Università di Bologna. Su monitoraggio Ipsos.

Nel 2021, in Italia, si contano 7 miliardi di euro buttati nei rifiuti. Una cifra che corrisponde allo sperpero annuo di 1.866.000 tonnellate di cibo.

L’aumento è di circa il 15% rispetto al 2020.

Allora, perché non pensare a ridurre i consumi?

Improponibile perché metterebbe a rischio l’economia?

Non è dello stesso parere chi sta investendo sulle rinnovabili e lo sviluppo sostenibile.

Riflettiamo sull’Agenda 2030.

Il rischio blackout: è la punta dell’iceberg (che si sta sciogliendo!).

Ciò che dovremmo affrontare sono le conseguenze del cambiamento climatico.

Ce lo chiedono con determinazione “i nostri giovani”, il Fridays for Future

Rischio Blackout globale: punti di vista e prevenzione

In Venezuela tre anni fa il rischio blackout è diventato realtà per diversi giorni.

I danni si contano tutt’ora.

Pochi mesi dopo un blackout anche a New York, lo abbiamo raccontato nell’articolo sulla questione dei condizionatori

Lo scorso agosto a New Orleans, altro blackout per l’uragano Ida.

Cambiamenti climatici, eventi metereologici estremi…e rischio blackout.

Sempre l’anno scorso, proprio in questo periodo, il Texas era alle prese con una tempesta di neve.

31 vittime, danni agli edifici e un brusco abbassamento delle temperature. In alcune zone sono scese sotto lo zero.

Una situazione eccezionale per uno stato dove in molte aree la colonnina di mercurio non scendeva sotto i dieci gradi da decenni.

E la colpa? Alle fonti rinnovabili!?

Perché le pale eoliche, per esempio, “con la tempesta si sono ghiacciate e bloccate, interrompendo la loro produzione di elettricità.”

In Texas, però, l’energia pulita è ancora nettamente inferiore a quella prodotta dalle centrali a gas e carbone. Il cui malfunzionamento è stato il vero colpevole.

La tesi (sostenuta dai repubblicani) mira più che altro a screditare le politiche ambientali adottate da Biden. Che ha sospeso l’erogazione di nuovi permessi per trivellare il territorio federale.

Abbandonare l’utilizzo dei combustibili fossili, del resto, significa ridurre il pericolo di fenomeni meteorologici estremi.

È necessario ridurre le emissioni per contrastare i cambiamenti climatici. Responsabili dell’aumento della frequenza e dell’intensità delle “tempeste perfette”.

E come ridurre le emissioni se non evitando sprechi, riducendo i consumi e affidandoci all’energia sostenibile e accessibile (per tutti).

Insomma, alleggerendo la nostra impronta ecologica!

Lo abbiamo imparato anche grazie all’attuale transizione da economia lineare a circolare.

Che in molti abbiamo a cuore.

Esempio di strategie a lungo termine

Come evitare il rischio blackout, rendere una rete stabile, pulita e “accessibile”?

La risposta fornita dal professore e direttore del programma Afmosfera/Energia Mark Jacobson è: pianificazione.

Sappiamo bene che vento e sole sono variabili. Ma è altrettanto vero che:

“se il vento non sta soffiando in un posto, di solito soffia da qualche altra parte. Così in un’area molto vasta, si può avere una fornitura più fluida di energia”.

Comunque, quando il sole non splende o il vento non soffia, la progettazione e l’uso di sistemi di accumulo risolve quasi tutto.

Dunque, solare, eolico e idroelettrico bastano per produrre tutta l’energia di cui gli Stati Uniti hanno bisogno!

Entro il 2050 le fonti rinnovabili soddisferanno il fabbisogno del Paese.

Il professor Jacobson, della facoltà di Ingegneria civile e ambientale dell’Università Stanford, ha una roadmap.

Recentemente pubblicata sul giornale scientifico Renewable Energy.

Il suo gruppo si distingue per la visione 100% rinnovabili.

“Stiamo cercando di contrastare l’inquinamento atmosferico e il riscaldamento globale e, al contempo, fornire sicurezza energetica”.

Questi obiettivi, rimarca un’intervista alla Cnbc, differenziano il lavoro del suo team dagli altri.

Spesso focalizzati unicamente sulla riduzione delle emissioni.

La transizione a reti di energia più pulite potrebbe concludersi entro il 2035. A patto che si ottengano risultati sul fronte dell’efficienza energetica, afferma.

Dunque, con il risparmio energetico e l’uso più consapevole delle risorse in diversi settori.

L’80% del lavoro dovrà essere completato nel prossimo decennio.

Probabilmente, il problema “nostro” è che non investiamo sufficientemente nelle rinnovabili?

E incrementare la fornitura di gas, servirà forse…a ridimensionare (di quanto?) le bollette per un paio di mesi.

Parliamone!