Non esiste una risposta netta e chiara quando ci chiediamo chi possiede le maggiori riserve petrolifere sul pianeta.

Di sicuro, invece, conosciamo il motivo per cui dovremmo lasciare il petrolio “sotto terra”.

Sono molto evidenti anche le conseguenze di optare (ancora) per l’utilizzo dell’energia non rinnovabile.

(Proveniente, appunto, da petrolio o fossili in generale.)

Molti paesi produttori non diffondono informazioni sulle proprie riserve. Per esempio i Paesi Arabi.

Così, non siamo in grado di rispondere neppure ad un’altra domanda abbastanza frequente.

Quando finirà il petrolio?

(Eh, sì! Anche il petrolio finirà. Non è una fonte rinnovabile…)

Queste domande, a intervalli più o meno regolari, tornano ad occupare le (prime) pagine dei giornali.

E sappiamo che, se i consumi continueranno ai ritmi attuali, le riserve del nostro pianeta saranno sufficienti per i prossimi 60 anni.

Lo affermava dieci anni fa uno studio pubblicato dal sito di informazione finanziaria Bloomberg. (Si parlava di esaurimento in 70 anni.)

Dunque, nel sottosuolo della Terra ci sarebbero circa 2 mila miliardi di barili di greggio. In base ai dati resi noti dal Servizio Geologico degli Stati Uniti.

Sappiamo, inoltre, che l’Arabia Saudita è il secondo produttore mondiale di greggio. Con ben 11,5 milioni di barili al giorno.

(Al primo posto ci sono gli Stati Uniti.)

Ma allora, perché Ali al Naimi (ministro del Petrolio dell’Arabia Saudita) si è ritrovato a dichiarare:

“Non esiste posto al mondo migliore per le energie rinnovabili rispetto al nostro paese”.

Non essendo un militante ambientalista, le sue parole appaiono paradossali.

Ebbene, secondo quanto riferito dall’agenzia Bloomberg, la monarchia araba sembra aver pianificato già da tempo la transizione ecologica.

Prevedendo di installare una capacità pari a 54 gigawatt di energia pulita entro il 2040.

Scelte lungimiranti!?

Riserve petrolifere mondiali: le chiavi del “potere”?

Se non è dato sapere con esattezza chi sono i maggiori “proprietari” delle riserve petrolifere, possiamo accedere ad altre informazioni.

La guerra in Ucraina, finora, si è rivelata un “affare”…

Ma, per chi?

Big Oil. Le 4 maggiori compagnie petrolifere.

Shell, ExxonMobil, Chevron e Bp.

Hanno centrato profitti da record in questo periodo. E ancor più in generale, tutto il settore dei combustibili fossili gode di ottima salute.

Ce lo svelano alcuni dati dal primo trimestre 2022:

  • Shell ha realizzato più di 9 miliardi di dollari. Quasi il triplo rispetto al primo trimestre del 2021;
  • Exxon Mobil ha raddoppiato i suoi profitti rispetto al periodo dell’anno precedente. 5,48 miliardi a maggio.
  • Chevron ha raggiunto quota 6,3 miliardi di dollari;
  • Bp ha registrato la cifra più alta degli ultimi dieci anni di bilancio. L’aumento è di circa 6,2 miliardi di dollari.

Insomma, l’economia globale è costruita intorno ai fossili.

Gli enormi guadagni delle società del settore oil & gas dovrebbero accendere un riflettore sui mancati investimenti degli extra-profitti nella tanto necessaria transizione energetica.

Tra l’altro, già l’anno scorso, le compagnie petrolifere a partecipazione o di proprietà statale erano pronte a investire nel prossimo decennio circa 1.500 miliardi di euro. In progetti di estrazione di petrolio!

Se l’intenzione di tali aziende diventasse realtà, gli obiettivi sostenibili sarebbero destinati a fallire.

È quanto riporta il dossier “Risky bet: national oil companies in the energy transition”.

Pubblicato a febbraio 2021 dal Natural resource governance institute (Nrgi). Organizzazione no-profit impegnata a migliorare la governance delle risorse naturali a livello globale. Con sede a New York.

Ma il report mette in guardia anche gli investitori. Nrgi calcola che almeno 400 miliardi di questi investimenti andranno sprecati.

Dal momento che, i progetti di estrazione di combustibili fossili sono costosi(ssimi).

Estrazione petrolio: a volte basta fare scelte “economiche”

Esistono luoghi nel mondo in cui “possedere” riserve petrolifere non significa necessariamente approfittarsene. Devastando il territorio, andando incontro a conseguenze inevitabili.

La Groenlandia ha deciso di vietare le attività di ricerca di petrolio su tutto il territorio nazionale. A luglio dello scorso anno.

Ad annunciarlo è stato il governo guidato da Mute Egede.

“Troppi rischi per il clima e scarsa redditività economica.”

Secondo l’esecutivo dell’immensa isola nordica, lo sfruttamento delle fonti fossili sarebbe poco redditizio e troppo pericoloso?

Più o meno quello che afferma Nrgi, avvertendo gli investitori!

(La transizione energetica e la conversione verso le fonti rinnovabili, farà scendere inevitabilmente i prezzi di gas e petrolio. A lungo termine, questi progetti non rientreranno dell’investimento fatto.)

Le riserve petrolifere, oggi, dovrebbero restare sotto terra.

Si tratta della prima grande riforma approvata sulla questione dal governo.

I dirigenti della Groenlandia riflettevano anche su una seconda legge, che vieterebbe l’estrazione di uranio.

Già è stato congelato, in questo senso, un vasto progetto della società australiana Geeenland Minerals. Scelta in linea con l’orientamento della popolazione.

Un sondaggio indica che il 63% degli abitanti dell’isola è contraria allo sfruttamento dell’uranio.

Il cambiamento è epocale!

Numerosi studi indicano la Groenlandia come una terra ricchissima di risorse naturali.

51 miliardi di barili sarebbe la quantità di petrolio presente nella regione. Da una stima dell’Istituto per gli studi geologici degli Stati Uniti.

Ovvero, un quinto delle riserve petrolifere non ancora sfruttate nel Pianeta.

La ministra delle Risorse naturali Naaja Nathanielsen ha affermato:

“si tratta di una tappa logica, poiché per noi la crisi climatica è una questione seria”.

Questa affermazione e le scelte del paese ci ricordano l’urgenza di cui racconta la scienziata ucraina Svitlana Krakovska. Ne abbiamo parlato nell’articolo Guerra e Ambiente.

Riserve petrolifere e crisi

Cerchiamo di capire quali sono le riserve petrolifere del pianeta. Poi, ci ritroviamo a riflettere su una catastrofe ambientale e umanitaria.

In nome del profitto.

I piani di espansione dell’industria dei combustibili fossili (riguardanti anche le riserve petrolifere) prevedono l’avvio di 195 progetti.

Che produrranno una quantità di effetto serra equivalente a quella prodotta in un decennio dalla Cina.

Il più grande “inquinatore” del mondo.

Ma, questa volta non è la Cina a detenere il record di progetti pianificati. Bensì:

  • Stati Uniti
  • Australia
  • Canada.

La cosa più grave è che il 60% di questi progetti è già in fase operativa. Dove le tecniche di estrazione scelte sono tra le più impattanti: fracking, sabbie bituminose ed estrazioni nelle acque dell’Artico.

Inoltre, i nuovi progetti sono solamente una parte del problema. Le Big Oil del mondo occidentale possiedono solo il 10% circa delle riserve. (Più una quota simile nella produzione globale di idrocarburi.)

I progetti di estrazione più grandi sono quelli portati avanti dalle cosiddette Noc (National oil company).

Ovvero i colossi statali: Gazprom, Saudi Aramco e Qatar Energy.

E le società energetiche statali non hanno l’obbligo di presentare bilanci dettagliati. A differenza della società petrolifere quotate in borsa (come Exxon, Shell, BP).

Anche se, le prime, producono circa i due terzi del petrolio e del gas del mondo. Possedendo il 90% delle riserve.

(Ah, ecco!)

A scriverlo è il Guardian, principale testata inglese.

Così, Shell, BP e le altre, si sono dovute adattare alle richieste degli investitori. Puntando anche su tecnologie verdi.

Mentre la stessa cosa non succede per le aziende statali.

Tanto che queste ultime potrebbero vanificare i traguardi raggiunti dalle altre.

Il petrolio: cosa ne facciamo?

Il focus, quindi, si sposta ancora un pochino. Dalle riserve petrolifere, a chi le possiede, a come le “utilizza”.

Un esempio tra tutti.

Il mancato reinvestimento degli utili (delle grandi compagnie) nella transizione.

Con due conseguenze sostanziali:

  • i costi della crisi di mercato continueranno a pesare sulle tasche dei consumatori. Benzina e riscaldamento in primis;
  • le emissioni in atmosfera.

Se continuiamo a (chiedere di) estrarre petrolio e gas, non raggiungeremo gli obiettivi climatici per i quali sono state spese molte parole.

Nonostante l’Agenzia internazionale per l’energia sia stata piuttosto chiara.

Nel report di maggio 2021, ha invitato a bloccare tutti i nuovi progetti di estrazione di gas e petrolio.

La strada sembra tracciata. Ma in una duplice direzione.

C’è chi possiede le riserve petrolifere (come l’Arabia saudita) ne usufruisce e parallelamente punta all’energia rinnovabile.

E la società che sembra dipendere fortemente dal petrolio.

Che non significa solamente benzina. Ma anche: plastica, asfalto, oli lubrificanti, cherosene, catrame, diesel…

Così, per esempio, la lobby del nucleare insiste per investire sull’atomo. Ma i reattori funzionano comunque con risorse che si esauriranno.

Siamo di fronte ad un bivio.

  1. Alimentare un sistema insostenibile dal punto di vista ambientale, economico, sociale e climatico?
  2. O determinare la transizione nel modo di produrre/consumare?

Che significherebbe, l’adozione di un’economia circolare. In cui l’energia è, non solo pulita. Ma ecologica, rinnovabile. Alla portata dei paesi ricchi come di quelli poveri.

Questo cambiamento permetterebbe di evitare diversi milioni di morti all’anno!

“In un’economia di libero mercato, dove regna il guadagno, come si riduce gradualmente un prodotto che sta realizzando enormi profitti?”

Secondo il giornalista Justin Worland su Time.

“Questi hanno guidato la negazione climatica del settore fin dall’inizio; e ora stanno guidando le decisioni di investimento. Il regno del petrolio finirà quando non sarà più un buon investimento”.